Garfield - Pooky
Mi sono trasferita da Bergamo a Trieste, lasciando la mia famiglia e la me-bambina. Purtroppo la me-combinaguai mi ha seguita e ogni tanto devo farci i conti e ammettere che è la parte di me che preferisco perché mi fa sempre parecchio ridere.

lunedì 26 febbraio 2018

Giorno 58- La signora Teapot

La signora Teapot

La signora Teapot era una bella e vecchia teiera di porcellana, che viveva nella casa di una altrettanto bella e vecchia donna. Dalla finestra vicino alla quale si trovava, la signora Teapot vedeva la campagna inglese, coi suoi fiori selvatici e il suo cielo turchese in cui nuvolette bianche e paffute, simili a bambagia calda nelle sere invernali, passavano sonnolente sopra alla piccola casetta col muro d'edera.
Era molto rispettata la grossa teiera rifinita con preziosi disegni rosa di rami e foglioline. Tutte le stoviglie la apprezzavano e la veneravano, in quanto ormai pezzo di antiquariato che ancora non aveva lasciato il posto alla modernità. Almeno fino a quel giorno...
Mrs Pitch, l'anziana abitante di quella piccola e pittoresca dimora, quel giorno aveva un terribile tremore alle mani, che la faceva spesso sobbalzare: “Giusto cielo, oggi non è proprio giornata. Mi farò una corroborante tazza di tè, magari mi passa la tremarella”. La vecchia signora, esile e aggraziata (era stata una famosa ballerina, ai suoi tempi), riempì il bollitore e quando questo iniziò a fischiettare allegramente, con un gesto delicato mise l'acqua calda nella sua meravigliosa teiera decorata, posata vicino al davanzale incorniciato da vasetti color pastello pieni di violette profumate. Sfortunatamente, mentre Mrs Pitch maneggiava la signora Teapot, un guizzo della mano fece sì che la teiera colpì violentemente lo spigolo del piano della cucina: “Tunf” fece la signora Teapot e con sorpresa di tutti, tazzine e mestoli compresi, un pezzo della preziosa porcellana della matrona degli utensili si staccò, cadendo a terra. Lo sgomento da parte della signora, degli oggetti apparentemente inanimati e della vittima stessa, fece calare un gelo che immobilizzò la scena all'istante.  La dolce vecchietta, che amava molto la sua teiera ormai rotta, rimase interdetta; raccolse il pezzettino bianco, con una leggera venatura rosacea, lo posò vicino alla signora Teapot e uscì di casa immediatamente, senza nemmeno bere la sua tazza pomeridiana di tè. La sua espressione mostrava una forte determinazione così come un lieve cenno di dolore, sottile come la linea rosa disegnata sul frammento della sua teiera, ricordo della dolce mamma defunta ormai da molti decenni.
Dal canto suo, la signora Teapot non riuscì a trattenere il panico che si impadronì di lei appena la vecchia donna lasciò la cucina: “E ora come farò? Verrò sostituita, mi butterà; finirò la mia esistenza in una puzzolente discarica cittadina, prima di finire in un inceneritore. Ah lo so io che fine fanno le stoviglie rotte.” Gli altri oggetti della cucina cercarono di consolarla, ma più parlavano e più si sentiva nelle loro voci una nota di compatimento per la vecchia regina che stava lentamente ma inesorabilmente crollando dal suo trono. A chi avrebbe lasciato la corona?
La risposta fu servita su un piatto d'argento di lì a poco, allorché la vecchietta tornò a casa con un grosso sacchetto di carta, chiuso con un nastrino giallo. Da questo ne uscì una teiera di porcellana. Era fatta di brillanti fasce colorate che ricordavano l'arcobaleno; bella e fresca, senza nemmeno una crepa o una imprecisione nel colore. “è finita, disse la signora Teapot, non cercate di fermarmi, mi butto dal davanzale, non posso vedere Mrs Pitch maneggiare un'altra teiera”. Non aveva ancora terminato la frase che vide il pezzetto che le si era staccato poco prima dal beccuccio avvicinarsi a lei, manipolato dalla vecchietta che con mano ferma (anzi, decisamente tremolante, ma Mrs Pitch era una donna molto testarda, che sapeva quello che voleva) appiccicò il frammento alla teiera. Dopo aver bevuto il suo tanto agognato tè, versato nella tazza dalla nuova teiera, la vecchietta si assicurò che la colla avesse aderito bene al beccuccio e tirò fuori dal sacchetto col nastro giallo una bella piantina di violette, impacchettata in un pezzetto di tela. L'anziana signora sorrise e con amore mise un po' di terra nella vecchia e ormai acciaccata teiera e vi pose al centro le violette. Erano perfette! Fece spazio sul davanzale per il suo nuovo e originale vaso di fiorellini blu. La signora Teapot era diversa, eppure sempre la stessa. Era felice del cambiamento e della sua nuova mansione. Da quel giorno si fece chiamare signora Flowerpot e visse felice e contenta, nella cucina della ballerina inglese, che amava il tè e i ricordi.
Morale della favola: se sei una teiera (teapot) puoi reinventarti e diventare qualsiasi cosa, persino un vaso di fiori (flowerpot) l'importante è non abbattersi, c'è sempre una nuova opportunità dietro l'angolo.

domenica 21 gennaio 2018

Giorno 57 - Un tè con Simone de Beauvoir

Un tè con Simone de Beauvoir

Eccomi! Ho finito da pochissimi giorni la tesi, l'ho corretta, impaginata e ho mandato la copia cartacea ancora non rilegata al relatore, quindi mi sto lentamente riappropriando della mia vita, sto ritrovando il piacere del dolce far nulla, ho ricominciato a suonare l'ukulele e a leggere un romanzo che ho scelto di mia spontanea volontà. Ed è tutto bellissimo!!!
Tuttavia, non posso dire che questo intenso periodo che mi ha fatto perdere un sacco di cose belle non sia stato costruttivo: credo di aver perso un po' della mia sanità mentale che già prima della stesura di questa tesi era seriamente compromessa. Parlavo da sola, camminavo per la casa con le ciabattine unicorno, il pigiama e i capelli arruffati, borbottando e disseminando libri e post-it colorati in giro. Una volta ne ho lasciato uno piccolo sul divano e l'ho ritrovato solo quando il gatto ha iniziato a correre impazzita per casa perché si era trovata un pezzo di carta blu appiccicoso attaccato a una chiappa!
Beh in queso intenso periodo in cui leggevo il saggio da cui parte tutta l'analisi che ho fatto, mi sono accorta che questo libro è diventato parte di me: mi faceva capire determinate situazioni, raccontava anche parti della me diciassettenne che aveva iniziato a leggerlo e aveva sottolineato i passi che per lei in quel momento erano importanti. Mi sono accorta che lo leggevo con occhi diversi e forse più inesperti. Vi spiego. Questo saggio si intitola Il secondo sesso (qui il link alla scheda del libro) ed è scritto da una autrice femminista francese, chiamata Simone de Beauvoir, considerata essere la madre del femminismo occidentale moderno. In questo studio, de Beauvoir ha analizzato un sacco di situazioni in cui la donna  degli anni Quaranta viene considerata inferiore all'uomo; lei naturalmente rifiuta questa affermazione e inneggia all'autoliberazione della donna: basta coi principi azzurri, è ora di prendere in mano la situazione! E guardate fino a che punto siamo arrivati!! Beh, è ovvio che i concetti presenti in quel saggio sono ormai considerati superati (e per fortuna!) ma è comunque stata una lettura che mi ha in qualche modo aiutata a crescere. Ogni volta che leggevo un passo che sembrava riguardasse la mia situazione personale, interrogavo direttamente Simone e la ringraziavo per il consiglio. Ho fatto di quei discorsoni col suo fantasma che traspariva dal libro che ve li raccomando. Grazie a lei ho capito che non mi devo sentire in imbarazzo quando faccio qualche attività che si avvicina vagamente allo sport solo perché non ho il fisico adatto, ma anche a non avere fretta di combinare tutto nella vita, perché ogni persona raggiunge un obiettivo con i propri tempi e nessuno al di fuori di sé può riprenderla per questo.
Quando leggevo, mi sembrava come se lei si rivolgesse direttamente a me; come se fossimo nel caffè san Marco, il caffè letterario sotto casa, e stessimo prendendo un tè insieme, discutendo dei più svariati argomenti. Lei è stata il mio maestro Miyagi, che mi diceva cosa fare e come comportarmi e io ero la sua Karate Kid...però lei direbbe "metti la cera, togli la cera ma non farlo troppo spesso, perché tu non sei la tua casa, non è necessario che tu la pulisca in modo ossessivo!"
Io penso che ogni persona dovrebbe avere un libro del genere nella propria vita. Se ancora non lo avete, è arrivato il momento di cercarlo. Alle mie poche ma buone lettrici (ma perché no, anche ai miei pochi ma buoni lettori!) consiglio di leggere Il secondo sesso; tranquilli, non sono gelosa del mio fantasma-consigliere!



giovedì 4 gennaio 2018

Giorno 56- A bientôt

A bientôt

Caaaaari lettori e lettrici appassionati, che vi potete riassumere nelle persone di mia madre, mia sorella, il mio moroso e qualche amico fidato a cui faccio tenerezza, sono tornata!
Vi chiedo scusa per la mia assenza prolungata ma tutti i miei lettori fissi (mia, madre, mia sorella ecc.) sanno che sono in un momento cruciale della mia vita e non ho tempo nemmeno di respirare.
La tesi mi sta rubando un sacco di tempo molto prezioso e ieri ho consegnato dei saggi che erano praticamente il mio ultimo esame universitario e mi hanno fatto vedere i sorci verdi, ma siccome era in inglese questo esame posso dire che mi hanno fatto vedere i green rats. (nota bene, non usate questa espressione in inglese, non vi capirebbero!! potreste usare to give somebody a rough time, anche se non ha la stessa potenza del buon autoctono sorci verdi!).
Comunque, oggi ho un pochino di tempo mentre sono qui al lavoro a scaldare la poltrona, aspettando un appuntamento alle 10.30 e quindi ho pensato di dedicarlo ai miei cariiiiissimi lettori e lettrici. No, tranquilli, non sto rubando tempo allo studio, solitamente in ufficio inizio a studiare alle 10. Prima mi metto a fotocopiare faldoni enormi che devo fare a mano perché sono rilegati o  rispondere a mail ecc. Ma siccome ho finito tutto ieri, oggi sono relativamente libera.
Insomma, che dire, questi due mesi sono stati abbastanza difficili (rough, per l'appunto!) per me. Un lutto in famiglia, la tesi e i soliti sciocchi problemi esistenziali mi hanno massacrata. Per non parlare dei sindacati, che hanno reso la mia vita un inferno per un intero mese! E qui parte la critica... Perché cavolo, oh sindacati, mettete in reception gente che non sa una banana del proprio lavoro e io credo non sappia nemmeno dove si trova? Sono tornata per ben cinque volte per consegnare i documenti che mi sono fatta inviare/ho recuperato autonomamente e che poi ho stampato e ho porconato nel frattempo. Non tutti gli uffici sono così dai, non dite la solita tiritera del: "Eh siamo in Italia!"; ad esempio all'Inps e alla Agenzia delle Entrate dove ormai ero di casa, erano tutti molto gentili e professionali. Magari ho beccato il sindacato più schifoso in assoluto, non lo so. Ma è stata davvero dura, ragazzi. Per fortuna è finita!
Ci sono state anche delle note positive però. Prima di tutto sono tornata ben due volte a casa dalla mia famiglia. Ho mangiato come un bue (capirai, c'erano di mezzo le feste!) ho giocato con mio nipote, ho fatto shopping e ho sentito lo spirito natalizio che purtroppo quest'anno non mi ha investita per tutto dicembre come succedeva gli anni passati. Ho sentito una certa fierezza tirando le somme del mio anno passato per aver dato ben sette esami quando pensavo di essere completamente disperata e di finire certamente fuoricorso di almeno un anno. Ho mangiato dei biscotti deliziosi preparati da delle amiche speciali e ho bevuto un sacco di tè che, come sapete, sono il motore del mio corpicino durante la sessione di laurea. Se non vi ricordate di questo particolare, datemi retta, tornate al giorno 16.
Insomma, due mesi con i fiocchi. Non so quando vi scriverò ancora, forse al prossimo post sarò già laureata o forse no. In ogni caso, non sentirete la mia mancanza, perché sono certa che saprete che prima o poi tornerò di nuovo!
A bientôt!

giovedì 9 novembre 2017

Cucina con Alice- L'autunno povero

L'autunno povero

Volevo mettervi un titolo che spiegava gli ingredienti specifici, ma poi sarebbe risultato più lungo il titolo del post e la ricetta è talmente facile che sarebbe inutile leggerla se sapeste già gli ingredienti!
Vorrei precisare inoltre che questa è una ricetta inedita, inventata da me stasera e che anche se vi sembrerà una roba strana e sconclusionata, fidatevi di me per una volta!
Gli ingredienti per mettere l'autunno povero in due piatti sono:
  • Un quarto di zucca
  • ravioli ai funghi 
  • olio q.b.
  • un quarto di cipolla (bianca o dorata)
  • paprika, mezzo cucchiaino
  • tabasco, una goccia (opzionale)
  • pane grattato, mezzo cucchiaino
  • un paio di bicchieri di acqua
  • sale
  • pepe
  • maizena, un cucchiaino
  • formaggio grattugiato
  • olio per friggere
Allora, per prima cosa pulite la zucca e tagliatela in pezzetti. Mettete un filo di olio di oliva in una padella e lasciate soffriggere la zucca a fuoco medio. Abbassate il fuoco, aggiungete dell'acqua e mettete un coperchio. Quando la zucca si è ammorbidita, salatela e schiacciatela. Poi spegnete il fuoco e mettetela da parte. 
Ora mettiamo l'acqua salata per i ravioli e anche un pentolino di olio per friggere. Intanto tagliate la cipolla a strisce sottilissime e mettetele in una ciotola con un goccino di acqua, sale, pepe, una goccia di tabasco, paprika, un cucchiaino di maizena e mezzo di pane grattato. Mescolate e lasciate riposare un pochino, poi friggete questi pezzettini. 
Nel frattempo spero che in tutto questo l'acqua di cottura abbia iniziato a bollire e che quindi possiate mettere i ravioli a cuocere.
 L'ultima cosa da fare è aggiungere un pochino di latte bollente e del formaggio grattugiato alla zucca schiacciata, in modo che diventi un po' più cremosa. Scolate i ravioli, metteteli nella zucca ancora sul fuoco e mescolate. Impiattate e mettete qualche pezzettino di cipolla croccante nel piatto.
 Et voilà. Lo so, tutte quelle spezie e quelle polveri mi fanno sembrare una alchimista, ma fidatevi, se mangiato ben caldo, questo piatto non è malaccio!
Ovviamente sono pronta ai consigli e in questo caso agli insulti, perché mi rendo conto di aver creato un mostro di piatto, però se siete dei disastri ai fornelli e volete sembrare molto raffinati, fatelo, al massimo potrete sempre dire che la colpa è dei ravioli pronti!

martedì 10 ottobre 2017

Giorno 55 -Il massacro del basilico

Il massacro del basilico

Dopo una lunga permanenza sul nostro davanzale, ho decretato che la nostra piantina di basilico dovesse perire per una giusta causa: il pesto. Ho persino fatto un sondaggio su Instagram in cui chiedevo di scegliere la sua sorte tra "Ammazzala!" e "Imminente e dolorosa morte naturale" il voto è stato schiacciante...dovevo ammazzarla. Insomma, dopo video di questo spessore
ho deciso che era il momento di ucciderla per la suddetta giusta causa. Questa morte onorevole e quasi mistica e sacrificale si è però trasformata in un immotivato e crudele massacro. Una carneficina! Vi starete chiedendo il perché di queste parole drammatiche. Ebbene io sarò il cantore di questa triste storia, causata da me. Menestrello e boia, quale ignobile destino.

Le gelide mani della morte si accinsero quel martedì sera di ottobre a sacrificare il basilico, per la salute e il benessere degli altri abitanti di quella piccola dimora. Tozze ma sapienti dita rompevano le foglie della ignara piantina in punti strategici, in modo da non uccidere completamente la malcapitata, ma sperare che in un futuro un po' utopico si potesse riprendere. Venticinque grammi che in realtà son 23,2 furono ardentemente strappati da quella creatura. Il rito era compiuto.
Il Boia portò poi le sacre foglioline verdi al lavatoio, ben conscio del fatto che sarebbero dovute essere completamente asciutte, per creare l'effetto desiderato: aveva infatti letto ciò in una ricetta, che prevedeva l'utilizzo del mortaio e del pestello, in quanto il riscaldarsi delle lame rotanti (antico strumento di tortura) avrebbe creato la reazione alchemica dell'ossidazione: le belle foglie della speranza si sarebbero trasformate nell'erbaccia delle streghe, nera come la notte. Dopo averle lavate con cura il Boia prese due canovacci e adagiò le foglie sparse. Si accorse però che avrebbero impiegato troppo tempo per asciugarsi e quindi optò per lo strano arnese del diavolo: l'asciuga-capelli. Mise un colapasta sacro sopra alle foglie, per evitare che volassero come sogni per la stanza e fece partire un getto di aria calda...come era bello il calore che muoveva il leggiadro corpo di una ballerina vestita di verde profumato. La ballerina si trasformò presto in fattucchiera, brutta e nera come la pece, perché lo stolto Boia aveva ben dimenticato la profezia: non avvicinare le foglie sacre al fuoco. Fortunatamente il danno fu scongiurato e il Boia asciugò le restanti ballerine con aria fredda. Lesse poi nel ricettario del druido che ci voleva del sale grosso per mantenere il colore della speranza vivo e per facilitare lo squartamento. Così fu...il Boia procedette, aggiungendo sale grosso e aglio, poi basilico e ancora sale grosso e altro basilico e altro sale grosso: la fattucchiera nera doveva sparire, la pace doveva essere ristabilita. I pinoli, frutto degli dèi dei boschi, l'olio, frutto degli dèi del sud e il formaggio...il formaggio non è un frutto.
Era tutto perfetto. La pozione era pronta. L'odore era inebriante; il Boia affondò un goloso dito nella fresca poltiglia e lo portò alla bocca. Il gusto estremamente salato lo respinse subitaneo; indietreggiò col disgusto e il dolore negli occhi. In un altro libro di magie trovò un rimedio: l'acqua calda. Sapeva che tutti gli antenati e gli spiriti dei genovesi lo avrebbero maledetto, ma doveva salvare la pozione, ottenuta con un tale spreco di vite. Dalla fretta, il sempre più stolto Boia non lesse la piccola postilla in fondo alla pagina, che diceva che l'acqua era estremamente sconsigliata. Si sedette pensieroso, provò a cucinare comunque la pasta ma era tutto inutile: ogni volta che assaggiata quella verde linfa, le sue labbra si ritiravano e rinsecchivano. Era finita. Aveva ridotto in fin di vita una pianta intera per la sua sciocca golosità e gli dei lo avevano punito.  Si limitò a mangiare un sugo di pomodoro e pancetta pronto in dieci minuti, senza il coraggio di buttare il pesto, ma anch'esso aveva il sapore della morte. Quello che i dotti delle lontanissime terre orientali chiamavano karma si era riversato su di lui, come una mannaia di un Boia. Boia, come lei, Boia come me.

giovedì 14 settembre 2017

Giorno 54- Fratello Ranocchio

Fratello Ranocchio

Ai tempi in cui le papere ancora non si chiamavano papere, viveva un ranocchio. Era bello questo ranocchio, verde e bitorzoluto al punto giusto, con gli occhi a palla, più a palla di tutti gli altri rospi, viscido come la gelatina per crostate di frutta.
Era la bestia più rispettata dello stagno: le altre rane gli davano il cinque (o il tre? Quante dita ha una zampa di rana?) quando passava, le lucciole lo scortavano durante il suo regale pasto notturno e alcune ci lasciavano pure la pelle perché lui ne andava ghiotto, e le ciabatte col becco (le odierne papere, nda) cantavano per lui quando aveva un appuntamento galante con una rospetta verrucosa.
La sua vita era perfetta! Aveva amici, una bella casa, la luna a cui gracidare il proprio amore e il sole che lo riscaldava. Ma...le belle cose non durano mai troppo a lungo, giusto? Un pomeriggio piovoso di ottobre, quando tutti gli animali dello stagno avevano il loro bel da fare per prepararsi alle piogge più insistenti di novembre, il nostro ranocchio si sollazzava come d'abitudine in compagnia di qualche amico rospo, quando l'allarme anti-uomo suonò: queeeeeek, queeek, faceva l'allarme. Tutti ai ripari, correte! L'uomo si avvicina, nessuno è mai tornato per raccontare cosa succede, ma si narrano cose brutte, Queeek. Il rospo sapeva bene come muoversi, ma il suo amico Gerolfo, che aveva bevuto un po' troppa rugiada ed era decisamente alticcio, barcollava in stato confusionale, con ancora tra le zampe un calice mezzo pieno. Ranocchio non poteva lasciare il suo amico lì, oh no, lo avrebbero preso e chissà cosa gli avrebbero mai fatto. Brr non voleva nemmeno pensarci. Intravide delle alte figure stagliarsi contro il cielo al tramonto, avvicinarsi a passi pesanti a Gerolfo, rovesciando i tavolini di ninfea  e distruggendo le tane intorno allo stagno. Ranocchio saltò come non aveva mai fatto e riuscì a spingere il suo amico in un cespuglio, con una zampata stile karate. Ora bisognava mettere in salvo la propria pelle; non aveva fatto ancora il primo salto per mettersi in salvo, che una grossa rete lo avvolse, fu sollevato da terra e per quanto cercò di divincolarsi, le maglie lo tenevano stretto: la fuga era impossibile. Si girò stremato e vide un enorme viso, con due giganteschi occhi che lo guardavano: <<Ehi, Jim!>> gridò quel faccione umano, <<questo è l'ultimo, guarda come è combattivo! Ora andiamo, la serata sta per iniziare>>. Il nostro Ranocchio prese un tale spavento nel vedere quella bocca gigantesca muoversi ed emettere suoni così forti e terribili, che svenne.

Riprese conoscenza solamente quando un grosso gambero rosso cominciò a schiaffeggiarlo con le sue grosse chele: <<Ehi, amico, sveglia! Fra poco vai in scena!>> <<Sc-scena?>>. Si guardò intorno. Era con le zampe legate, su un piano in acciaio, alla sua destra una parete piena di coltelli e a sinistra (che orrore!) un pentolone che schizzava olio bollente sfrigolava sul fuoco alla massima potenza. Dove diavolo era? E che diavolo ne sarebbe stato di lui?
Ora, le rane non sanno certo leggere, però non sono animali stupidi. Vi lascio solo immaginare di che colore diventò il povero Ranocchio quando vide il cartellone colorato con delle rane impanate, infilate in spiedi, a mezz'aria nelle mani di umani, che le guardavano con una voracità degna di un lupo che scorge un agnello tutto solo nel prato. Doveva uscire di lì, santa libellula! <<Gambero, yuhu, gambero, dico a te! Fammi uscire di qui, ti prego>> <<Bah, e dove vuoi andare, zampelunghe? Siamo destinati a questo, è tutta la vita che ci preparano, giù all'allevamento, a finire con onore in padella. Curioso, vero? Non sai nemmeno chi è tua madre tra quella sfilza di gamberone ammassate, ma sai che morirai in modo onorevole!>> <<Ma quale allevamento?>> Protestò la rana, <<Io vengo dallo stagno, non voglio morire con onore, voglio vivere e tornare dai miei amici>> Il gamberone trasalì: <<Non sei un capo da allevamento? Ma allora non dovresti stare qui, fratello, che aspetti, salta fuori da quella finestra, ragazzo, coraggio! Riprenditi la tua casa, i tuoi diritti, vai fratello!>> il Ranocchio lo guardò stranito: <<Eh-ehm, scapperei volentieri "fratello", ma sai come è, ho le zampe legate. Se potessi darmi un aiutino e liberarmi, forse...>> <<Sì sì sì, nessun problema. Ma come? Ci vorrebbe qualcosa di tosto, ma tagliente, fammi pensare...>> così dicendo, l'animale passava le sue toste (!) e taglienti (!!) chele sulla sua testolina, grattandosi pensieroso.
Il ranocchio, sempre più stranito, roteò gli occhi e con un morso, afferrò una chela del gambero e si liberò da solo, poi prese in spalla il gamberone e saltò verso la finestrella sopra al lavandino. Quando uscì finalmente alla luce di una città per lui sconosciuta, lo spettacolo che gli si parò davanti fu sbalorditivo: tutto lo stagno era lì, con le armi tra i denti, pronto a salvare l'amatissimo Ranocchio. Al nostro amico si riempirono gli occhioni (già umidi per natura) di lacrime, mentre la allegra e insolita comitiva si allontanava da quell'ammasso di luci colorate e suoni assordanti, verso il suo ambiente perfetto, pieno di fango e insetti buoni da gustare.

E Gambero? Beh lui è stato accolto a braccia, ali e pinne aperte da tutti quanti allo stagno. E ovviamente era invitato a ogni festa del suo amico, salvatore e perché no fratello Ranocchio.

lunedì 4 settembre 2017

Giorno 53- La signora P. (pt.2), ovvero Lady P. Killer

La signora P. (pt. 2), ovvero Lady P. Killer

Vi ricordate della Signora P.? Quella signora di uno dei miei primi post, in cui parlavo della mia vicina di casa che non sapevo bene se di professione facesse la escort o la sarta, visto lo spropositato viavai di persone in casa sua? E ricordate anche che dicevo un sacco di cose sulle sue strane abitudini? (se non ricordate proprio una banana, cliccate qui) beh, questo è un nuovo post con tutta la verità!

Dunque, le sue abitudini non sono molto cambiate in questi due anni in cui io e Demmy viviamo qui: svolge sempre la stessa professione (la sarta, non la meretrice, sia chiaro!), urla sempre al citofono "Sììììì, chi èèèèèèè?" e dice "Buongiooooorno" ogni volta che qualcuno entra. Ovviamente però la nostra presenza in questa casa ci ha finalmente permesso di interagire con lei e con quello che noi pensavamo fosse suo marito (e invece no! Continuate a leggere per particolari scottanti!). Ebbene, le nostre conversazioni con la signora P. sono sempre e rigorosamente consumate sulle scale e si svolgono più o meno tutte così: "Buongiorno, signora P., posso aiutarla a portare su la spesa?" "Oh che gentile, grazie, prendi questa" e ti ritrovi un fardello da minimo otto chili in mano che altro che sarta, sembra un muratore serbo che si porta a casa i mattoni; e mai una volta che dica "No, ce la faccio, grazie, sali, vai avanti tu che sei quattro volte più veloce". Giustamente ora mi sento un po' strega perché mi lamento, ma vi giuro che mi fa piacere, povera, ha sempre delle enormi borse in mano. Non è che è una saponificatrice e si porta a casa le vittime? Vi terrò aggiornati, se la prossima sporta che traino su per le scale gocciola di sangue, avremo la prova schiacciante che è una Lady Killler! La Serial Lady P. Killer! Mi tremano le ginocchia, quasi.

Comunque, ora sfateremo un'altra cosa di cui avevo parlato nel vecchio post su di lei. Ricordate che tutte le mattine sentivo il suo presunto marito chiamare: "Roby!" e lei rispondere "Sììììì!" ? Beh punto numero 1, l'urlatore non è il marito....zan zaaaaan! Chi chiama è il vicino di casa, quello del piano di sotto (e anche su di lui ci sarebbe moltissimo da scrivere!), che dice al marito della signora P., che appunto si chiama Roberto, di scendere per andare insieme al bar.
Punto numero 2, il signor P. non si chiama signor P. e NON  è il marito della signora P.!! Zan zan zan zaaaaaaaaaaaan! Il signor (Non mi ricordo il cognome, quindi non metterò l'iniziale) è niente popò di meno che... suo fratello! Tra l'altro questo signore è un po' strabico, quindi quando lo incontro per strada non capisco benissimo se mi ha vista o meno...io saluto sempre, poi se risponde bene, altrimenti gli faccio i gestacci. Sto scherzando, mamma, faccio finta di niente.

Insomma, siccome lei tiene sempre le finestre aperte e urla ai clienti che stanno a cinque passi di distanza, l'altro giorno ero sdraiata sul letto a contemplare il soffitto e l'ascoltavo: pensavo che non deve essere facile guadagnare un giro così ampio di clienti. Lei in un'ora riceve almeno tre clienti e un numero indefinito di chiamate a cui risponde breve e concisa: "Ooooh buongiorno, sìììììì, sììììì, giovedì mattina è tutto pronto, salveeee salve". Ecco di giorno un po' mi infastidisce sentirla che grida, ma la sera tardi, quando io esco a spasso con Cora e talvolta sento la macchina da cucire che lavora, con il suo inconfondibile suono ritmico e nostalgico: Rattattattattattata (sembra una mitraglietta, direte voi! Certo, datemi voi una buona onomatopea di primo grado per descrivere una macchina da cucire!), mi sale un po' di tenerezza per questa signora occhialuta, che lavora sodo fino a tardi per portare a termine una mansione che le occupa praticamente tutta la giornata. A volte mi viene agitazione anche, pensando che se alle 23 lei sta ancora cucendo vuol dire che ha un sacco di lavoro arretrato da terminare e spero sempre che lo finisca entro la scadenza prevista.
In fondo in fondo io la prendo in giro, ma a questa signora io mi ci sono affezionata.
L'unica cosa che non mi piace di lei è il suo rumoroso, antidiluviano condizionatore che fa un suono orripilante quando è in funzione. Un rombo continuo che ti lascia un senso di pace quando si spegne... Facciamo una colletta, oppure portiamole tutti quanti i jeans da orlare, ma aiutiamola a prendere un condizionatore che produca meno inquinamento acustico, vi prego. Oppure potete fare una colletta perché io possa comprare dei tappi per le orecchie... 1300 euro dovrebbero bastare.

Adieu!